Lasciamoli giocare

Breve pensiero del giorno.

Nei Paesi del Terzo mondo i bambini giocano a calcio persino scalzi, perché non possono permettersi delle scarpe (io ne ho conosciuti).

Nel nostro Paese così detto civilizzato, invece, può capitarti di vedere un bambino essere forzatamente portato via dal parco dal genitore che lo rimprovera perché, mentre giocava, il bambino si è un po’ sporcato le scarpe di fango.

E poi crescono figli repressi e disadattati.

Questione di priorità

Un post su questo argomento lo devo fare, perché da quando sono diventata mamma la mia scala delle priorità è cambiata parecchio (in realtà è stata proprio stravolta).. e non sempre per scelta, ma il più delle volte per necessità.

Come penso valga per molte mamme (ma ovviamente non tutte, sia chiaro), i figli hanno la priorità assoluta. Questo care donne e cari uomini che vi stupite se una mamma esce di casa senza la piega fatta, senza lo smalto alle unghie, se non va a bersi un caffè con un’amica da mesi, a farsi quella visita medica che rimanda da anni, beh se una donna madre vi dice che proprio non trova il tempo per fare certe cose, tra cui prendersi cura di sé, io vi garantisco che potete crederci.

Ed invece devo pure sorbirmi frasi del tipo “volere è potere”, “se lo vuoi davvero il tempo lo trovi, è solo questione di organizzarsi” o, meglio ancora, “ma tu non puoi trascurarti, devi trovare tempo anche per te stessa”. Eh beh certo. Chi non ci passa in certe situazioni non può capire.

Che secondo voi mi trascurerei se avessi il tempo (ed i soldi) per prendermi più cura di me stessa, oltre che dei miei figli? Non sono qui a giudicare nessuno, penso che ogni donna abbia il diritto di scegliere come gestire il proprio ruolo di mamma, ma io sono fra quelle che hanno scelto di ‘sacrificare’ qualcosa di sé per dare un po’ di più ai propri figli. È stata una scelta un po’ necessaria, un po’ ragionata. Ai miei figli che sono piccoli è ora che serve una mamma presente.

Quando saranno abbastanza grandi da fare tante cose da soli, non avranno il bisogno e la voglia di passare del tempo con me come lo hanno oggi.  È ora che ha senso rinunciare ad andare una volta in più dal parrucchiere e portarli invece una volta in più al parchetto e giocare con loro.

Non significa che non mi pesa. Non riuscire a fare una doccia o una pipì quando ne hai bisogno, rimandare sempre tutto ciò che ti riguarda, mangiare in piedi piatti ormai freddi, uscire in comitiva ed essere sempre quella che invece di scambiare due chiacchiere con qualcuno corre appresso ai figli nel mezzo del ristorante o al parchetto.

Perché a volte non rispondo per giorni ai messaggi od alle chiamate sul cellulare? Perché se solo i miei figli vedono il telefono nelle mie mani scatta la gara a chi è più veloce a prenderlo per mettersi i cartoni su YouTube. E allora tu che lo sai e vuoi il loro bene, non lo tiri nemmeno fuori dalla borsa il cellulare.

Ho trovato il tempo per scrivere questo blog per disperazione. Perché ho veramente bisogno di tirare fuori quello che ho dentro. E lo faccio di notte, rinunciando ad un po’ di sonno.

Una mamma ‘single’ come me ha poi parecchi pensieri in più e più importanti sul futuro dei propri figli, per cui le rinunce che faccio oggi sono nulla in confronto al duro lavoro che mi aspetta avendo due vite da crescere sulle mie sole spalle.

Ma una rinuncia, fra tutte, mi costa di più. Non avere un compagno accanto. E non poterlo nemmeno cercare. Non adesso almeno.

Non parlo di un papà per i miei figli perché lo hanno già, comunque ed ovunque lui sia.

Parlo proprio della compagnia di un uomo che mi dia attenzioni e affetto… .

Ma ora come ora non potrei. Sia per tutela dei miei figli, sia per me stessa, perché le esperienze negative comunque alla fine ti segnano (ed insegnano).

Ma la mancanza è forte. Più di tutto, è questo che mi manca. Un bacio, una carezza, la corte di un uomo innamorato… .

Un sogno andato ad aggiungersi ai tanti altri chiusi inesorabilmente nel cassetto dei desideri.

Da che pulpito

È da quando mi sono separata che non faccio che subire il giudizio della gente sulla mia vita e la discutibilità del compagno che m’ero scelta.

D’altronde ancor prima, quando stavo ancora con lui, per non sentire la gente (parenti, amici e non), ho iniziato ad escludere tutti i criticatori dalla mia vita.

Giusti o sbagliati che fossero i loro consigli, le loro intenzioni, io volevo (e voglio) semplicemente vivere la mia vita facendo le mie scelte e, perché no?!, i miei errori.

Da che pulpito, poi, una coppia dove lui è separato perché ha lasciato moglie e figli e si è messo con un’altra, può giudicare me ed il mio ex compagno (senza averlo nemmeno conosciuto, sulla sola base di pregiudizi).

E quel tizio che ha almeno 60 anni, scapolo, mai avuto una donna in vita sua probabilmente, mi viene a parlare di vita di coppia… .

E così via la carrellata che non finisce più.

Ma io che ho fatto di male per essere così giudicata? Forse semplicemente perché non rispondo con un deciso: “saranno anche fatti miei” o “pensa alla tua vita che alla mia ci penso io”.

Io che non vado lì a giudicare la gente e la loro vita, senza poi nemmeno conoscerla, io che la mia filosofia di vita è: “vivi e lascia vivere”, mi ritrovo a dover continuamente giustificare scelte ed azioni personalissime ed intime.

Purtroppo quando hai dei figli e resti senza un compagno, hai bisogno della collettività, e la gente ti aiuta più volentieri se può ficcare un po’ il naso nella tua vita e sentirsi soddisfatta nel darti consigli, che tu puntualmente fingi di accettare.

La vedo ormai come una sorta di compromesso.

Eppure continuo a chiedermi: ma chi scaglia la prima pietra, pensa veramente di essere senza peccato?

 

La mia quarta vita

I blog sono una bella invenzione. Quando non hai nessuno a cui poter (o voler) raccontare ciò che hai da dire, hai sempre un modo per esprimere ciò che hai dentro.

Questa è la mia storia. La storia della mia quarta vita. 

Sono una mamma ‘single’. Nel senso che io ed il papà dei miei figli non stiamo più insieme. Ed io sto vivendo questo periodo (ormai più di un anno) post separazione come una sorta di nuova vita. Nel bene e nel male.

Un giorno forse avrò il tempo di spiegare perché questa sarebbe la mia quarta vita, ma oggi il mio bisogno è quello di esprimere dei sentimenti. Quei sentimenti che non vuoi raccontare agli altri per non sentirti giudicata.

Oggi, dopo tanto (ma tanto) tempo il papà dei miei figli è venuto a trovarci per qualche ora. Ed è stato un mix di emozioni fortissime e contrastanti che è veramente difficile per me mettere in ordine e descrivere. Ma ne ho proprio bisogno.

Naturalmente quando ti lasci (e male) con una persona, i sentimenti negativi prevalgono sempre, secondo me. Ma poi quando vedi i tuoi figli col loro papà, con tutti i suoi limiti e comunque i suoi difetti che ti hanno portata alla separazione, beh qualcosa scatta nella mente. Un uragano ti travolge.

Un mix di nostalgia, mancanza, tristezza, voglia di tornare insieme, di vedere i tuoi figli ridere e giocare col loro papà… Questo e molto altro, che tu hai provato razionalmente per mesi a mettere da parte, a nascondere, a negare a te ed agli altri, ecco che prepotentemente e violentemente riaffiora e ti travolge.

Ed è in quel momento che inizi ad essere un po’ più buona… Un po’più morbida… finché poi devi tornare sulla tua posizione, per non buttare all’aria tutto lo sforzo che hai fatto per produrre un briciolo di cambiamento positivo nella tua vita ed in quella dei tuoi figli.

E poi lui se ne va. Con i bimbi in lacrime e tu che dentro (e fuori) piangi con loro, soffri con loro e per loro, perché quelle parole “voglio papà”, dette con le lacrime che rigano i volti delle persone più importanti della tua vita, ti spezzano il cuore nella maniera più cruda possibile.

Tu vorresti tanto darglielo un papà… Ma per il loro bene, non puoi.

Ed in macchina piango anch’io con le mie anime, mentre cerco di portarle disperatamente via da quella situazione triste ed assurda, come se la mia auto potesse portarci il più lontano possibile, verso una felicità che meritiamo veramente, ma che ora per me è così lontana.

Sono infelice, si. Sono arrabbiata, si. Sono delusa, si. Dalle mie scelte, dalla vita, dal destino… Da lui.

Eppure, mi manca. Mi manca un papà per i miei figli, prima ancora che un compagno per me. Ne usciremo. I miei bimbi lo supereranno, come tanti altri. Con le loro cicatrici, così come io con le mie.

Ma oggi soffro. E non è rabbia verso di lui, oggi sono incavolata col destino. Perché io oggi meritavo di passare una domenica felice con i miei figli ed il loro papà e invece ci siamo persi nelle nostre lacrime.

Una famiglia che si rompe è una delle cose più brutte e dolorose della vita.

Lui mentre va via mi fa: “Resisti”.

“Non ho altra scelta.”, gli ho risposto nella mia mente.

 

Home sweet home

Come se fosse facile, per noi trapiantati, riconoscere quale sia la nostra vera casa.

Beh, è un pò difficile da spiegare. Perchè mi verrebbe da dire che ‘casa’ è il posto dove vivo stabilmente. La città in cui mi sono trasferita.

Ed in parte è vero. Ma poi a noi ‘emigrati’ attende sempre il fatidico viaggio di ritorno in patria. Ed è quando sei lì… in quella città in cui sei cresciuta, dove c’è l’ospedale in cui sei nata, dove c’è la tua stanzetta a casa dei tuoi genitori… che riscopri le tue vere origini.

E in quel momento casa tua è di nuovo quella. Dove apri la libreria di quando andavi a scuola e riannusi un diario o un vecchio libro scarabocchiato e con le pagine rotte.

Dopo un pò, però, da bravo trapiantato inizi a sentire che c’è qualcosa che non va.

Passata la nostalgia dei ricordi e l’emozione del rientro e di aver rivisto la famiglia e le tue vecchie cose, con tutti i posti che ti ricordano quando eri bambina… beh, ecco che inizi a sentire quella mancanza.

La mancanza di quel posto che invece poi hai scelto, da grande, per vivere. E inizi a desiderare di voler tornare nella casa che ti sei costruita, dove ci sono le tue abitudini ad attenderti.

E’ a quel punto che ogni volta mi domando: ma allora qual’è la mia vera casa?

Entrambe. Perchè, si, in fondo è una ricchezza avere due posti che senti ‘la tua casa’.

Pian piano quel senso di inadeguatezza, di insoddisfazione, di irrequietezza se ne va e inizi a realizzare che i giorni per stare con la tua famiglia e rivedere i paesaggi della tua città natale sono contati e stanno per finire. Che una volta tornata nella casa che ti sei costruita, passeranno altri diversi mesi prima di poterti rituffare nel calore della famiglia e dei ricordi, e allora ricominci ad apprezzare quei momenti e a capire che in fondo hanno diritto anch’essi di far parte della tua vita.

Si, perchè anche se giurerei di non voler mai tornare a vivere nella mia città natale, ogni qualvolta la sto lasciando, in quel preciso momento la sento mia più che mai.

Sono le mie origini e non sarebbe nemmeno giusto volerle cancellare. Hanno contribuito anch’esse a rendermi ciò che sono oggi.

Ho finalmente realizzato che non ha senso ripudiare le proprie origini. Faranno per sempre parte di noi, che vogliamo oppure no. Ecco perchè, in fondo, mi appare così bella quella sensazione che provo quando rimetto piede ‘a casa’, anche se all’inizio non volevo nemmeno preparare la valigia per partire.

E’ un pò come un abbraccio materno. Sai che ormai sei grande e non hai più bisogno delle coccole di tua madre, ma quando sei di nuovo fra le sue braccia, ti sembra la cosa che ti è mancata di più al mondo.

Ogni volta che ritorno a casa, mi sembra ormai di guardare la ‘mia città’ come fosse la prima volta, come un posto nuovo e bellissimo, tutto da riscoprire.

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Il potere di dare la vita

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E’ da quattro mesi ormai che la mia vita è cambiata.

Da quel fatidico giorno in cui, sbadatamente, sono caduta provocandomi una distorsione e al pronto soccorso mi hanno dato la bella notizia: diventerò mamma.

Ecco, diciamo che ora sarebbe meglio se non cadessi più. Perchè non sono più sola. Ora non posso più pensare solo a me stessa, c’è una vita che cresce in me e devo iniziare a prendermene cura, partendo proprio da me stessa.

Se persino Bridget Jones è incinta nel suo prossimo film… può veramente capitare a chiunque!

E infatti, a me non pensavo proprio sarebbe capitato. O meglio, non affatto era in programma.

Infatti devo ammettere che all’inizio non l’ho presa bene. Per niente.

Mi sono anche fermata quei lunghissimi 5 minuti a chiedermi se fosse davvero il caso di mettere al mondo un bambino. Poi quei tristissimi cinque minuti, accompagnati da interminabili lacrime, sono passati ed ho realizzato.

E’ questo il mio destino adesso. Con o senza il mio attuale compagno.

Questo bambino sarà davvero l’unica persona ‘mia’ della mia vita. L’unica persona a cui resterò per sempre accanto e, se avrò fortuna, che mi resterà accanto fino alla fine.

Non si tratta solo del disagio di non entrare più nei propri vestiti, di voler mangiare a qualsiasi ora del giorno e della notte, di crollare sul divano già alle otto e mezza di sera, di farsi prendere da crisi isteriche anche per un niente.

Non è solo questo.

Sono sempre stata abituata dai miei genitori a pensare che avere un figlio, costruire una famiglia, sia una cosa troppo comune, per non dire banale.

Ma in fondo ora mi rendo conto che è ciò che ho sempre desiderato. Perchè farò fatica, lo so. Arriveranno tempi duri, sacrifici enormi, i soldi non basteranno e anche se non avrò dormito tutta la notte, il giorno dopo dovrò andare a lavoro lo stesso.

Mi sto preparando al peggio. Ma sono sicura che ne varrà la pena.

Rinuncerò alla mia libertà per questa piccola creatura. E in fondo sento che finalmente ora la mia vita inizia ad avere un senso, ho intrapreso finalmente una direzione.

Fino a quattro mesi fa avrei giurato di non voler cambiare la mia vita, che stavo benissimo così e che non sentivo alcun bisogno di avere un figlio, ma le cose cambiano.

Da una ‘disattenzione’ di due adulti un pò incoscienti nascerà un nuovo essere umano e se penso che sarò io a dargli la vita mi scorre un brivido lungo la schiena.

E’ emozionante avere una creatura che cresce dentro di sè. Ti fa cambiare davvero il punto di vista su ogni cosa. Ti rendi finalmente conto che essere donna è una fortuna meravigliosa, perchè il suo papà non potrà mai provare quello che sto provando io.

Quello tra mamma e figlio è un legame unico, in questi 9 mesi. Indescrivibile, direi.

Forse questo bambino sarà la cosa più importante che farò nella mia vita, chissà, so solo che quei 5 minuti di ripensamento sono accantonati per sempre. Non ho la certezza che saprò essere una buona madre, o che il mio compagno sarà un buon padre. Non ho la minima idea di come farò ad affrontare tutti gli ostacoli, da mamma lavoratrice con la famiglia lontana ed un compagno che guadagna meno di me.

Sarà dura, ma allo stesso tempo meraviglioso, lo so. Perchè ora ne sono convinta: quella fatidica disattenzione mi ha regalato la cosa più bella della mia vita: diventare mamma.

Le belle notizie non arrivano mai da sole…

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E’ proprio così. Le notizie belle non arrivano mai da sole.

Nel mio caso, accompagnate persino da due brutte notizie, anzi due brutti eventi.

Beh, per sdrammatizzare un pò, partirei con quella che dovrebbe essere la bella notizia: sono incinta.

Ebbene si, diventerò mamma. Io… .

Penso che dovrò dedicare un articolo apposta sul capitolo maternità, perchè ho dentro un vortice di emozioni e pensieri che non basterebbe un mezzo articolo di un blog per esprimere e raccontare.

Passo dunque alle brutte notizie, perchè in fondo sono queste che ho bisogno di buttare fuori, con tutta la forza possibile.

Poco dopo aver scoperto di aspettare un bambino, arriva la notizia che mio nonno è morto.

Ecco, naturalmente solo io conosco la storia della mia famiglia, e per quanto sappiamo tutti cos’è un nonno, per me è stato un pò diverso. Diciamo che non ho avuto il classico rapporto nipote-nonno. Però gli volevo bene. Era la persona che dava un senso alla famiglia, o a quello che restava.

Era il nonno che sapeva esprimere l’affetto che provava, la gioia nel vederti. Era quel nonno lì. Poi tutto il resto è storia. Nessuno è perfetto e soprattutto le famiglie, che non ci scegliamo mai.

La seconda brutta notizia… beh questa mi riguarda ancora più da vicino, perchè si tratta di mio padre.

Io l’ho chiamato per dargli la bella notizia che sarebbe diventato nonno, e lui di contro mi ha dato la ‘bella’ notizia che ha un tumore e che, nella migliore delle ipotesi, potranno operarlo e potrà tornare a stare un pò bene.

Credo di poter parlare per tutti se dico che nessun figlio vorrebbe mai ricevere una notizia del genere. Eppure è capitato proprio al mio papà. Il mio baluardo, la mia guida, LA persona che stimo di più al mondo. Al di là dell’inevitabile affetto e legame sanguigno, io sono quello che sono oggi grazie a mio padre. Almeno finché l’ho ascoltato. Poi, come è giusto che sia, noi figli intraprendiamo la nostra strada e diventiamo quello che scegliamo.

Anche su mio padre potrei spendere un blog intero, per raccontare che uomo sia e cosa rappresenti per me, ma il punto è che questa volta la vita ha davvero colpito il mio punto debole.

Continuo a ripetermi che non ci credo, che non è possibile. Voglio essere ottimista e pensare che tutto andrà bene, che lo opereranno e che tornerà a stare bene, al massimo dovrà fare un pò più attenzione al suo stile di vita, ma tutto tornerà come prima.

Già. Purtroppo la mia mente si porta sempre avanti, fino ad immaginare anche l’ipotesi peggiore. Forse per prepararmi a qualcosa per cui non sarò mai pronta.

E poi ad aggravare il tutto ci sono i problemi insiti nella mia famiglia, ovvero mia mamma e mia sorella. Due persone equamente problematiche, che fino ad ora è stato mio padre a cercare di gestire, ma in futuro chissà. Certo, non dovrei pensarci, dovrei essere solo ottimista, ma purtroppo la mia indole razionale ed in parte pessimista mi costringe inevitabilmente a pensare anche ‘al dopo’, e non si prospetta nulla di buono.

Mettiamoci pure che la lontananza dalla mia famiglia incide, eccome. Sono ‘solo’ 1000 km di distanza, ma a volte sembrano un abisso. Perchè non è andando da loro due o tre volte l’anno che posso mettere a tacere la mia coscienza, sento che da qui non posso fare per loro quello che dovrei fare, e ogni volta che ci penso mi sembra di ricevere una pugnalata allo stomaco.

Ecco, tutto ciò non fa bene al mio bambino. Quindi devo cercare di stare calma, vivere questa situazione giorno per giorno ed affrontare i problemi un passo alla volta.

Che dire, penso che avrò bisogno di tornare a scrivere ancora in questo periodo. Ho tanto dolore e tanta rabbia dentro, che devo assolutamente buttare fuori. Tutto ciò non deve danneggiare il mio bambino.

Ora ho la mente offuscata, penso a mille cose, ma non riesco a farle uscire dalla mia testa.

Sento solo l’istinto di distrarmi, di cercare di pensare ad altro. Perchè di fronte a questo mostro che è il tumore, io non posso nulla. Sono impotente. Siamo in mano alla medicina ed alla fortuna.

Devo essere forte. Per me, per mio padre, per il mio bambino.

 

 

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